Cappella Templare Santa Maria Coeli San Gennaro a Napoli
Si tratta della cappella di Santa Maria Porta Coeli e San Gennaro, eretta nel Seicento da Isabella, erede di Cinzia Della Porta, figlia di Giambattista (nel frattempo morto già dal 1615), che aveva sposato Alfonso di Costanzo, la cui famiglia originaria di Pozzuoli era delle più importanti aristocratiche nell’allora Viceregno.
Cappella di Costanzo, facciata
Dalla lapide in facciata si desume che fosse stata eretta dalla gentildonna alla metà del secolo, per risparmiare ai braccianti dell’agro circostante una lunga discesa verso la città per ascoltar messa — va ricordato che occorreva arrivare come minimo alla Sanità, essa stessa borgo e non propriamente quartiere cittadino. Nei decenni, i di Costanzo ne continuano il patronato, finché nel 1760 morì il duca Francesco Maria, che si fece lì seppellire e che donò la cappella alla Deputazione del Tesoro di San Gennaro, ovvero l’ente governativo della Cappella del Tesoro al Duomo, che dal 1601 ad oggi la regge.

Due anni dopo l’Unità, gli stessi deputati provvidero al restauro della cappella, e la dotarono di altari in marmi pregiati, di nuovo corredo liturgico e di un organo. Nuovi lavori poi nel 1915, condotti dall’architetto Carlo Marullo e promossi ancora dalla Deputazione, con interventi, tra gli altri, ai cancelli, alle mura ed al tetto.
Resistendo al poderoso sfascio urbanistico post-bellico, ancora negli anni Settanta la chiesa serviva gli abitanti della zona, ma col terremoto del 1980 chiuse i battenti, abbandonandosi a un quarantennio di devastazioni, saccheggi, manomissioni e detrimento. E infine il 2017, quando la “Confraternita internazionale dei Cavalieri Templari Cristiani Jacques de Molay” rileva in concessione decennale il monumento dalla Deputazione, addossandosene gli oneri per la messa in sicurezza, l’agibilità e i restauri. I lavori, terminati con l’inaugurazione dello scorso gennaio, hanno portato (sebbene con consistenti integrazioni moderne) alla ripresa del monumento, già mezzo appeso al cappio del crollo ed asfaltato dall’oblio.

Cappella sepolcrale dei Di Costanzo, con sarcofagi
Il dato più consistente è la conservazione in basso, sotto un vetro, della lapide mortuaria settecentesca del duca Francesco Maria, e di quella novecentesca che ne rinnova la memoria. Ma soprattutto della cappella con i resti superstiti allo spoglio di ben tre sepolture gentilizie monumentali dei di Costanzo.

Qui la vicenda si complica. Le sepolture sono ben più antiche della stessa cappella e dello stesso Giambattista della Porta: gotiche, precisamente. Che siano della famiglia di Costanzo lo confermano le iscrizioni ancora leggibili e lo scudo gentilizio, per l’appunto un leone che sovrasta tre paia di costole. Al centro della cappella, una lapide latina in caratteri capitali romani, datata 1643, prova a fare ordine. Questa permette di identificare i tre seppellimenti appartenere a Ludovico e Luigi di Costanzo, vescovi di Pozzuoli, e al milite Giovannello, fratello di Ludovico, vissuti fra tre e Quattrocento. Riporta anche di come gli eredi secenteschi decidessero, tramite rogito del notaio Luca Pozio, di trasferire dalla vecchia cattedrale puteolana alla cappella napoletana i sarcofagi. E sotto la lapide latina, un’altra lastra sepolcrale malamente infilata e in parte nascosta dal sarcofago, dall’iscrizione assai abrasa, e con la raffigurazione di una doppia sepoltura, forse di un genitore col figlio.

La tomba meglio serbata è quella di Ludovico, che appare infatti in abiti religiosi, e propriamente col pastorale e la mitria, propri della dignità vescovile. Sulla sua lastra tombale, una classica raffigurazione a tre tondi, con la Vergine, il Cristo calato nel sepolcro (o “Uomo dei dolori”) e il San Giovanni Evangelista che si strappa la tunica dal dolore. Il tutto in un campo di decorazioni vegetali e con iscrizione perimetrale, che ne data la morte all’anno 1400. Similmente ritratto, ma con l’aggiunta del messale, è Luigi, il cui sepolcro però è ridotto appena all’effigie, senza ombra d’iscrizioni. In armatura invece, coerentemente, Giovannello, con il tipicissimo motivo medievale del cagnolino sotto i suoi piedi, come a preservarne il riposo e a fargli compagnia. In attesa di eventuali studi approfonditi, quel che si può constatare è il rilievo del patrimonio artistico della zona, che ben più lascia sperare il rinvenimento delle sedi dellaportiane.

E si assoda, una volta di più, dunque, che un antico borgo di campagna si spoglia dall’essere solo il ricordo di “terre” o il presente di una modesta scorciatoia tra centro storico e quartieri collinari, ma, proprio perché si tratta di Napoli, il mistero è sempre dietro l’angolo, carico di tesori, e questo splendido dono di Medioevo invoca il peso della custodia e della conoscenza. O l’alternativa di altre tonnellate di vergogna e silenzio.
(Gianpasquale Greco)

(Gianpasquale Greco)

Una lapide ancora perfettamente leggibile ricorda la costruzione della chiesa, che risale al 1644, ad opera della nobildonna Isabella di Costanzo
Santa Maria Porta Coeli e San Gennaro. Nome lungo per una cappella piccina arrampicata ai fianchi dell’Arenella. in un borgo di campagna che i napoletani, dal 1400 in poi, elessero a luogo di ristoro per il corpo e per la mente. Era il minuscolo borgo delle due porte all’Arenella, che esiste ancora e conserva intatto il fascino della sua storia. In cima a via Cattaneo c’è uno slargo sul quale affacciano ancora le due antiche porte, che poi sono solo due archi piccolini. Attraversando quello di sinistra si entrava nel vico delle fate che oggi si chiama più pomposamente «Arco San Domenico», quello di destra invece portava al vico Molo alle due porte che conserva lo stesso nome: «molo» perché affacciava direttamente sul mare di Napoli. le fate del vicolo non erano fate vere; erano semplicemente le lavandaie del Vomero. Il primo piano di una statua funeraria conservata nella chiesa e le campane originali dell’800 che si mantengono per miracolo a travi di legno divorate dall’umidità Sull’origine del nome fantastico ci sono diverse ipotesi: alcuni sostengono che venivano considerate magiche per la capacità di far tornare splendenti gli abiti usando cenere di legna e olio di gomito; altri dicono che la magia stava nella capacità di raccogliere elemosine per comprare cenere e tinozze; la versione più accreditata racconta che le lavandaie venivano chiamate «fate» perché erano tutte donne di quell’incredibile bellezza che solo le popolane di Napoli possiedono, e mentre strapazzavano i panni sui lastroni di pietra lasciavano intravedere le loro forme. Prima di iniziare il lavoro, e alla fine della giornata, le fate sbucavano dal loro vicolo, imboccavano quello confinante e andavano a sentir messa in una cappelletta piccola ma straordinariamente ricca. La chiesa l’aveva fatta costruire una nobildonna della famiglia di Pozzuoli dei «Di Costanzo». Donna Isabella che trascorreva lunghi periodi nella casa di famiglia in collina, aveva scoperto che per ascoltare la messa i campagnoli della zona si incamminavano in percorsi lunghissimi e tortuosi. Così nel ’600 fece costruire la cappella con il principale scopo di rendere meno complicata la vita della gente del posto. Divenne, quella cappella, anche il luogo di sepoltura della famiglia Di Costanzo. Poi col passare degli anni e con la crescita della città il borgo non fu più isolato e la necessità di avere quella chiesetta fu meno impellente. Così venne ceduta alla deputazione di San Gennaro. Fino a 30 anni anni fa la chiesa era ancora attiva, malridotta ma attiva. Poi un giorno l'antico luogo sacro è stato chiuso e con il passar del tempo saccheggiata di tutto arredi, statue, quadri, candelabri , etcc, nonché profanata una dei tre sarcofagi ben scolpiti, devastato e ridotto in pezzi il Marmo di copertura scolpito al centro della chiesa della Terra Santa lì dentro c’erano i morti nobili. Il marmo dell’altare è stato estirpato dalla base, come capita in quasi tutte le chiese abbandonate. L’area della sagrestia è malconcia e la fontanella seicentesca che l’abbelliva non c’è più. Lassù, in alto, la campana è quella di un tempo. Purtroppo anche la trave di legno che dovrebbe reggerla è antichissima, e marcita: per non finire l'umidità a rovinando completamente le pareti che sono diventate color verde muffa.. .Oggi data storica 1 Novembre festa dei Santi, è stata ufficialmente consegnata dalla Cappella del Tesoro di San Gennaro in comodato uso, per attività di Solidarietà , Volontariato e sede di Napoli, ai fratelli Cavalieri Templari Jacques De Molay, che si sono impegnati a ripristinarla e aprirla al culto di religione Cattolica. Per coloro che vogliono collaborare e aiutare questo proggetto di recupero della suddetta Chiesetta di Santa Maria Porta Coeli e San Gennaro, possono mettersi in contatto con la Confraternita dell'Ordine dei Cavalieri Templari Cristiani Jacques De Molay inviando una email a: cavaliericristiani@libero.it - templarconfederetion@libero.it -081.924503 - 334.5383209







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